martedì 22 aprile 2014

Breaking news: Chalinochromis cyanophleps. La seconda descrizione dell'anno.

La seconda descrizione scientifica dell'anno è ancora un ciclide del lago Tanganica: Chalinochromis cyanophleps. Ho modo di presentarvi la specie grazie a Evert van Ammelrooy che in questi giorni è in immersione nel lago e che mi ha permesso di utilizzare questo fotografia che rende meglio di mille parole le sfumature azzurre che contraddistinguono il corpo e il nome (cyanophleps significa venature blu) di questo ciclide. Presto, sto finendo anche quella di Neolamprologus timidus, la presentazione sul blog.


Chalinochromis cyanophleps. Mvuna island.
Fotografia di Evert van Ammelrooy.

sabato 5 aprile 2014

Neolamprologus timidus. Coming soon.

Quasi quattro mesi per avere la prima descrizione di un nuovo ciclide; non c'è che dire, timido di nome e di fatto. L'attesa però è ampiamente ripagata, si parla di Lago Tanganica. A presto.

Update: all'orizzonte si profila una seconda descrizione, sempre dal Lago Tanganica: Petrochromis.

lunedì 16 dicembre 2013

Compagni d'acqua

"L’altro giorno, parlando con un possibile finanziatore del documentario. Oggi, rivedendo insieme buona parte delle interviste raccolte in questi due anni. Ci stiamo rendendo conto che siamo partiti per fare un film sui fontanili, e forse stiamo facendo un film sulla crisi. E su alcuni modi per uscirne."

Questo e altro su busterfilm, il blog, e nella sezione progetto fontanili trovate la storia del docufilm raccontata dal compagno di viaggio. Stiamo capendo che ecologia fa rima con economia e che non ci basta parlar solo di pesci.



PS: ebbene sì, quello con la maglia di Wolverine sono io.

sabato 16 novembre 2013

Gialloni in crescita: Thorichthys pasionis


Thorichthys pasionis, maschio (forse) della Laguna Noh.

Anni fa un importatore mi invitò a visionare i nuovi arrivi. Un paio di vasche era occupato da ciclidi centroamericani giallo limone di grandi dimensioni e dal muso particolarmente allungato. A quei tempi tuttavia ero ubriaco d'Africa e i ciclidi americani non mi entusiasmavano più. Troppo aggressivi e difficili da gestire e non volevo sacrificare un acquario per una sola coppia di pesci. Con i ciclidi africani potevo invece allevare più specie. Osservai quei strani Thorichthys per qualche minuto e poi proseguii verso la sezione dei ciclidi del Tanganica. Da allora non ebbi più modo di vedere Thorichthys pasionis fino al congresso dell'Associazione Italiana Ciclidofili  tenutosi a settembre alla Certosa di Calci dove un un socio portò un gruppo di giovani. Era giunto così il momento di tentare la sorte con questa specie di così difficile reperimento.
I Thorichythys sono ciclidi centroamericani (diffusi dal Messico all'Honduras) di taglia ridotta caratterizzati da un corpo compresso e da una bocca piccola. Un gruppo (T. maculipinnisT. sp. Coatzacoalcos”, T. callolepisT. helleriT. socolofi T. aureus) raccoglie specie fluviali (acque caratterizzate da flusso moderato, ossigenazione elevata, fondale sabbioso e visibilità a volte superiore ai 10 m) che si trovano normalmente a temperature inferiori a quelle richieste dalle altre specie di Thorichthys. L'altro gruppo (T. meeki, T. pasionis e T. affinis) invece vive in acque più calde e lente con un fondale fangoso in cui amano affondare il muso allungato che li contraddistingue.
T. pasionis è noto come "meeki giallo" ed è la specie con la mascella inferiore più allungata del gruppo. Cresce fino a 15 cm, ma quelli della Laguna Noh, possono anche superare questa lunghezza. Non sembrano essere particolarmente aggressivi anche se la coppia che si sta formando nella mia vasca ha preso possesso di tutto il fondale scacciando gli altri giovani Thorichthys e le Poecilia salvatoris che avevo introdotto come pesci di distrazione.
È iniziata una nuova avventura. A presto.

lunedì 4 novembre 2013

Videoclip: your local ocean

Il primo videoclip disponibile del documentario.  È privo delle interviste, ma rende un'idea dell'ambiente.




A breve si torna ai pesci!

mercoledì 30 ottobre 2013

Suoni dai fontanili


Ci sarebbero tante cose di cui scrivere stanotte. Di come l'altro pomeriggio abbia trovato al Campus Universitario di Parma la quadratura del cerchio, di come tutto di colpo sia diventato più chiaro e di come sia ora urgente chiudere il lavoro, il video e il libro, prima che le idee e le parole svaniscano. Di come il puzzle di tanti anni sul campo a raccogliere dati, fotografare, camminare, intervistare, chiedere, e perché no, bere un bicchiere di vino a bordo ripa con il gruppo dei pensionati che si occupano del fontanile locale abbia acquisito senso. Ora c'è l'urgenza e tutto il resto sta scivolando in secondo piano. Ora si può concludere. Non riesco perciò a scrivere nulla degli ultimi mesi. Della descrizione scientifica di nuovi innumerevoli ciclidi, di come si evolvano e di che età abbiano. Non riesco a raccontare dei miei acquari che mai come ora contengono acqua pulita, corrente e ricchissima di vita. Non riesco a fotografare i nuovi ospiti delle mie vasche, giallo fiammante, inaspettatamente giunti in casa. Degli ovovivipari che sfornano decine di piccoli in crescita rapidissima. Non riesco neppure a postare gli scatti del backstage del lavoro sui fontanili. Non ora almeno.
Per non lasciare l'amaro in bocca, ecco il link dove scaricare la colonna sonora del video. Di seguito la recensione e il commento degli autori, i Cumino. A presto con il videoclip del lavoro.



"Ora bisognerà procurarsi questo “Fontanili”, docu-film di Rozzoni e Leoni di cui “Just Melt” è la sonorizzazione. Ho cercato sull'Internèt ma al momento non sono pervenuto a nulla. Sarebbe bello però capire quale sia l'origine di questi suoni forgiati dai Cumino, che con un nome così giustamente si sono messi a lavorare sulla natura (Leoni infatti è un biologo e il film dovrebbe parlare di ambiente, mi par di capire) ricavandone quattro brani molto intensi, a cavallo fra elettronica ed elettroacustica con il timbro della chitarra a dominare l'elemento melodico e oscuri drones come fondale. Grande cura nella scelta dei piani sonori come ad esempio “We Just Melt”, dove convivono (principalmente) ma come provenienti da mondi diversi violoncello, chitarra e ritmiche di fumosa matrice trip hop/dubstep. Un riferimento musicale e visivo insieme potrebbe essere, in zona elettronica, il brano “Sound Mirrors” di Coldcut, legato a bellissime immagini di creature marine. Insomma l'ascolto regge più che bene anche al di fuori del fatto filmico, però resto convinto che si debba vedere un po' questo “Fontanili” per capire meglio. Magari a breve sull'Internèt..."
Francesco Fusaro, Rockit.it


"Ci siamo letteralmente immersi dentro la natura stupenda di alcuni posti, ne abbiamo respirato gli odori e i sapori per poter produrre le musiche. Ci siamo sciolti dentro l'ambiente fisico e mentale in cui siamo stati immersi, questo è ciò che abbiamo cercato di condividere con queste nuove tracce.
In un certo senso, abbiamo voluto fermare per un attimo “l'ingranaggio”, e pensare che non c'è sempre una strada definita da seguire.
Non c'è sempre, una volta trovato, un solo modo di fare le cose. Come la vita, non nasce solo da una donna, ma prima dall'amore che la genera. Cosi l'elemento naturale, a volte pare chiederci semplicemente di sciogliersi dentro di essa, di compenetrarla, di non entrare a forza nelle cose.
Solo sciogliersi."



mercoledì 21 agosto 2013

Le marcite che non ti aspetti


Emanuele Rozzoni (il regista del documentario che accompagnerà il libro sui fontanili) e Andrea Falappi, il conduttore di Cascina Campazzo.

"È fuor d'ogni dubbio che la principale sorgente delle ricchezze del basso Milanese deriva dalla immensa quantità de' prati, i quali per 1'operosissima industria de nostri progenitori vengono renduti fertili col mezzo delle acque, che servendo al loro innaffiamento ci assicurano un più costante prodotto, in un clima in cui le frequenti siccità devastano sovente le nostre belle campagne"
Dei prati del basso milanese detti a marcita, Domenico Berra, 1822


Milano, metropolitana linea 2, destinazione il capolinea Abbiategrasso, la piazza. All'uscita della stazione una serie impressionante di palazzi, una scuola, una palestra, un centro teatrale. Un paio di vie immersi nel bollore agostano e le prime conseguenze della calura sono presto evidenti: mi sembra di scorgere libellule in volo radente, Sympetrum pedemontanum, una specie generalmente legata alle acque correnti. Un'allucinazione indubbiamente. A pochi metri tuttavia, una roggia si perde inseguendo una strada sterrata e allora capisco. Non si tratta di un colpo di sole o di libellule vagabonde, ma di degni possessori di un territorio che diligentemente pattugliano. Sono sollevato per la mia sanità mentale e per quella fisica degli insetti. Imbocchiamo lo sterrato e  arriviamo a Cascina Campazzo, una delle poche cascine ancora in attività a Milano. Si tratta di un edificio settecentesco a doppia corte chiusa che avrebbe bisogno di un deciso intervento di restauro. Sorge nel Parco del Ticinello inglobato nel Parco Agricolo Sud MilanoIl conduttore è Andrea Falappi che da anni combatte contro gli sfratti che vorrebbero nuove lottizzazioni nel quartiere. Siamo in visita per riprendere le marcite della sua azienda agricola.

Un tratto a marcita.

Le marcite, o prati marcitoi, sono una pratica agricola introdotta dai monaci artefici della bonifica della pianura padana; alcuni storici indicano negli Umiliati dell'abbazia di Viboldone a San Giuliano Milanese gli inventori della tecnica e nei Cistercensi di Morimondo nell'omonimo comune e di quelli di Chiaravalle a Milano i perfezionatori del sistema. La tradizione tramanda che il nome marcita derivi dall'usanza di lasciare sul prato l'ultimo taglio di erba a mo' di fertilizzante oppure dal fatto che le prime realizzazioni di prati marcitoi erano imperfette e la stagnazione dell'acqua ne soffocava le radici dell'erba che di conseguenza marciva. Alcune interpretazioni, tuttavia, richiamano il nome del mese di marzo per la concomitanza del primo taglio del prato. La maggior parte degli autori rifiuta tale ipotesi perché nei testi latini si parla sempre e solo di pratum marcidum o jus marcendi, difficile stabilire come possano derivare da marzo.
La marcita prevede l'impianto di un particolare prato stabile costituito da graminacee (loglio, loiessa, poa), leguminose (trifoglio), ranuncolacee irrigate da una lamina d'acqua sorgiva che oscilla tra i 9 e i 15°C. La presenza dell'acqua per tutto l'anno e la costanza della temperatura impediscono che il terreno ghiacci e permettono all'erba di crescere anche durante il periodo invernale. Tuttavia nei mesi più freddi sopravvivono unicamente le graminacee. L'approvvigionamento d'acqua è dovuto a canali a fondo cieco chiamati maestri da cui l'acqua tracima irrigando campi a superficie inclinata che permettono di raccogliere l'acqua restante in canali detti colatori. Di fatto l'impianto a marcita ricorda tanti tetti vicini  tra loro che raccolgono e disperdono acqua. Se vi recate nei pressi di una marcita tuttavia raramente vi renderete conto che il prato è allagato; occorre camminarvi sopra per rendersi conto che il terreno è imbevuto fino al midollo.




La porzione di marcita sfalciata. Si può apprezzare il canale che porta l'acqua e la pendenza del terreno che rende agevole lo scorrimento dell'acqua.

"Ci troviamo a Milano, a trecento metri da una stazione della metropolitana e a quattro chilometri in linea d'aria dal Duomo e siamo a Cascina Campazzo, una della dozzina circa di cascine ancora attive nel territorio comunale." A parlare è Andrea Fallapi. "In quest'area le marcite risalgono al '700. In precedenza c'era una cava di argilla che è stata ripianata e trasformata al termine dell'attività di produzione dei mattoni. La tradizione delle marcite nel Milanese era molto diffusa, a differenza che nelle altre provincie lombarde, e i capitali che vi venivano investiti davano buoni ritorni economici. Le marcite, infatti, potevano essere alimentate da due diversi tipi di acqua: acqua di fontanile e acqua fognaria. In questa zona l'acqua disponibile era acqua di fogna che concimava la marcita permettendo produzioni abbondanti di foraggio. Finché l'inquinamento dell'acqua è stato organico non c'è stato problema per la produzione; i problemi sono iniziati con l'inquinamento chimico."
I vegetali possono essere filtri perfetti e al pari delle ghiaie sono in grado di purificare, dato il dovuto tempo e l'adeguata estensione, anche l'acqua più lurida. Sarebbero capaci anche di eliminare l'inquinamento chimico, i metalli pesanti per esempio, e in effetti la pratica di utilizzare alcune specie per ripulire l'acqua è ampiamente utilizzata e si chiama fitodepurazione, ma rimane il problema del prodotto che non può essere distribuito come alimento e che andrebbe smaltito come rifiuto speciale.

Il tratto di marcita che non è stato falciato.

Andrea continua a raccontare. "Manteniamo quattro piccoli quadri di marcita perché questa pratica è di tradizione nell'azienda agricola e perché il Parco Agricolo Sud Milano ci vincola, ma durante l'inverno le manutenzioni del naviglio da cui dipendiamo per l'erogazione ci impediscono di avere a disposizione l'acqua per il periodo necessario e siamo costretti a lasciare a secco le marcite. In passato con la tecnica del prato marcitorio si ottenevano 9-10 tagli di fieno rispetto agli usuali 5 e questo permetteva a una azienda agricola di raggiungere un discreto livello di reddito. Attualmente la pratica della marcita è superata, in parte per il costo dell'acqua e in parte per il cambiamento degli alimenti somministrati agli animali da stalla. Si è passati dal foraggio all'insilato. Inoltre la marcita ha bisogno di manutenzione, tanta manutenzione, che deve essere fornita da personale competente. Le moderne tecnologie, come il laser che serve a rilevare le pendenze del terreno, non possono sostituire le competenze dell'uomo. È andata quindi persa un'arte, l'arte di mantenere i prati perfettamente livellati."
Le marcite sono opere idrauliche di notevole ingegno e le leggende narrano che lo stesso Leonardo da Vinci si sia adoperato nella loro progettazione. Le grandi opere di captazione delle acque superficiali come i navigli e le nuove tecniche di allevamento e alimentazione dei bovini hanno ridimensionato l'importanza dei prati marcitoi e dei fontanili che li alimentavano. Il crudo dato statistico afferma che in poco meno di dieci anni (dal 1992 fino al 2000) nel Parco Agricolo Sud Milano si è passati da 400 ettari di superficie coltivata a marcita a poco meno della metà. Un'inezia rispetto agli oltre 10.000 ettari registrati in provincia di Milano agli inizi del secolo. Nel bergamasco delle marcite esiste solo la memoria storica. Nel bresciano la marcita è confinata a un paio di comuni. Se si stesse parlando di una specie vivente diremmo che la marcita è in pericolo critico, e cioè a forte rischio di estinzione. In questo caso limitarsi a disegnare delle riserve speciali e delle oasi di protezione, è solo rimandare di poco la sparizione.